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25/05/2010
Biomasse: Italia in ritardo

E' possibile scaldare case, ospedali e scuole attraverso una rete di tubazioni di acqua calda o vapore, proveniente da una grossa centrale di produzione che sfrutta le biomasse agricole e forestali come combustibile.
In un Paese ricco di foreste e terreni agricoli come l’Italia (dove ogni anno si producono 17 milioni di tonnellate di residui agro-forestali che potrebbero essere utilizzati come combustibile per la produzione di energia), la biomassa di origine vegetale può essere, quindi, una grande risorsa energetica, in grado di diminuire la dipendenza dalle importazioni di combustibili fossili e la produzione di CO2. C’è un però: le biomasse disponibili non sono adeguatamente sfruttate e la produzione di energia da biomasse è appena l’1,5 per cento del fabbisogno nazionale, che equivale a circa 2-3 milioni di tep (tonnellate di petrolio equivalente), più o meno la metà della media dei paesi industrializzati.
Le ragioni di questo mancato sviluppo sono state indagate dalla Fiper che è proprio la federazione italiana che comprende le imprese di teleriscaldamento che utilizzano esclusivamente “combustibili vegetali”, e le imprese che producono biogas (prodotto spontaneo dalla fermentazione dei rifiuti). In tutto, la Federazione dei Produttori di Energia da Fonte Rinnovabile riunisce 68 centrali di teleriscaldamento a biomassa legnosa e 15 impianti di biogas agricolo in Lombardia, Piemonte, Val d’Aosta, Trentino Alto Adige, Emilia Romagna, Veneto e Friuli Venezia Giulia.
Il primo elemento che salta all’occhio, dunque, è il forte legame con il territorio agricolo e forestale di questo tipo di attività imprenditoriali. Da cui si deduce il secondo elemento: il bacino ideale da “tele-riscaldare a biomassa” è costituito da aree montane, dove è utilizzato gasolio o gpl (entrambi fortemente tassati e di complessa logistica): il beneficio economico del teleriscaldamento deriva principalmente dalla mancata accisa applicata sulla legna, dal risparmio energetico derivante dalla co-generazione (che ricorre quando la produzione di calore può essere anche associata a quella di energia elettrica) e dal limitato, per ora, costo della biomassa.
Nel 2007, il governo italiano ha presentato a Bruxelles un position paper per il raggiungimento degli obiettivi europei sulle fonti rinnovabili entro il 2020, che prevede un contributo di ben 3,74 Mtep (acronimo di milioni di tonnellate equivalenti di petrolio e dà un’idea di quanto petrolio sarebbe necessario per produrre la stessa quantità di energia, ad esempio, con una centrale solare) di calore da biomasse distribuito mediante reti di teleriscaldamento. Ma se si considera che gli impianti realizzati sono lontanissimi dagli obiettivi fissati, è chiaro che occorre un intervento istituzionale preciso e finalizzato e che tenga conto dei dati in possesso degli operatori.
Partendo da queste premesse, FIPER ha elaborato una proposta concreta che coinvolge l’intera filiera biomassa-energia, ritenendola strategica per il sistema-paese: la proposta (“Il contributo potenziale del teleriscaldamento a biomasse e della produzione di biogas di origine vegetale ed animale per gli obiettivi italiani di penetrazione delle fonti rinnovabili negli usi finali termici previsti dalla Direttiva 2009/28/CE del 23 Aprile 2009”) è stata inviata al presidente del Consiglio, Berlusconi (in qualità di ministro per lo sviluppo economico ad interim) e al sottosegretario Stefano Saglia, in vista della presentazione a Bruxelles, il prossimo 30 giugno, del Piano di Azione Nazionale (ciascuno Stato membro dell’Unione si deve dotare di un PAN: non è giuridicamente vincolante ma serve a dare impulso politico al processo di attuazione delle misure necessarie a favorire una maggiore considerazione degli aspetti ambientali negli appalti pubblici e alle iniziative di sensibilizzazione, consentendo agli Stati membri di scegliere le soluzioni che più si adattano al loro quadro politico).
Secondo le proposte elaborate dalla FIPER e inoltrate all’attenzione del governo, per realizzare, entro il 2010, almeno 0,7-1 Mtep, occorrerebbe mettere a punto una “politica che favorisca la nascita di imprese sul territorio, capaci di realizzare investimenti di mercato mediante fondi di garanzia”, (incentivando il passaggio dei distributori locali dal gasolio al legno): parliamo di investimenti infrastrutturali a basso rischio d’impresa ma con tempi di ritorno lunghi (circa 15 anni): “una precisa realtà imprenditoriale, magari a copartecipazione pubblica, ma gestita con regole di economia di impresa.
Tratto da un articolo di Ilaria Donatio www.greenews.info




